Prendo spunto dall’ottimo articolo di Massimo Gaggi sul Corriere della Sera, intitolato “Hollywood e Silicon Valley. Le crepe nel sogno americano“. Due casi hanno scosso la California, un tempo fabbrica dei sogni e dell’ottimismo a stelle strisce: il caso Weinstein nella mecca del cinema (la storia di un potentissimo produttore cinematografico, caduto nella polvere, accusato di pesanti molestie sessuali e perfino stupri ai danni di stelle del cinema che – per anni – hanno taciuto i soprusi di cui sono state vittime); il Gender Gap, che spazia dalle differenze salariali (a svantaggio delle donne, piaga che assilla non solo la Silicon Valley ma la stessa Hollywood) al caso dell’ingegnere di Google autore di un manifesto anti diversità, licenziato dal motore di ricerca per aver affermato in una mailing list interna che il divario nella tecnologia tra uomo e donna dipende da presunte «differenze biologiche» (ma difeso dal presidente Donald Trump, assurto a emblema del machismo americano, che invece se la prende contro l’approccio politically correct dei radikal chic). Gaggi, inoltre, punta il dito anche contro le gravissime interferenze russe nella campa elettorale che ha portato proprio Trump alla più alta carica delle istituzioni USA: la macchina della propaganda ha sfruttato l’advertising in vendita su Facebook e Google per diffondere fake news, bufale e fango per impedire a Hillary Clinton di vincere alle Presidenziali USA.
Trump nella campagna pubblicitaria di Twitter in Giappone
Nessuno mette in dubbio la capacità di innovare delle aziende tecnologiche, anche se il rallentamento è evidente: nel 2004, all’indomani della quotazione di Google, dovevo scrivere 15-20 news al giorno, per stare dietro al lancio di nuovi servizi, oggi bastano 3-5 news quotidiane ed a volte sono perfino troppe.
Ma non è neanche questo il punto: la disruption è andata parecchio avanti, oggi l’Intelligenza Artificiale (AI) è una realtà e fa progressi day-by-day. Tuttavia, il declino culturale della Silicon Valley sembra segnato: Brad Stone di Bloomberg ha spiegato come Uber e Airbnb stanno cambiando il mondo, ma nessuno pensa più che questo progresso conduca a una società migliore. Anzi.
L’automazione (sia software con l’AI che hardware con i robot) ingurgita posti di lavoro, come il terrificante Pesce-cane inghiottisce Pinocchio nel libro di Collodi. La vita digitale divora la nostra privacy, ormai ridotta a feticcio, nonostante l’adozione della crittografia end-to-end, come pannicello caldo per passare un colpo di spugna sul caso NSA. Ma a strappare l’aura di eroi ai protagonisti della Silicon Valley è anche l’ascesa di personaggi spregiudicati, come Marissa Mayer, il Ceo di Yahoo! che guadagnerà 186 milioni di dollari come risultato dello spezzatino (la cessione di asset core a Verizon) e del silenzio su due gravissimi casi di data breach (uno ha compromesso gli account di un miliardo di utenti: un miliardo, non quattro gatti). Mayer, ex enfant prodige di Google, ha sprecato un paio di miliardi in decine di acquisizioni, che non hanno rivitalizzato Yahoo!, ma ne hanno accelerato il declino, fino allo showdown, la svendita di un brand storico della valle del silicio. Ma è forse meglio il controverso Travis Kalanick, il Ceo di Uber finito nel minirino dei media per varie accuse?
Per la prima volta Bitcoin supera l’oro e Tesla la GM. Ma basteranno a frenare il declino culturale della Silicon Valley?
In questo scenario, si aggira non solo lo spettro dell’oligopolio, ma quello ben più opprimente dei feudatari della Rete. Secondo Pivotal Research, Google e Facebook detengono il 99% della crescita del digital advertising nel 2016. Google cattura l’88% del mercato dei motori di ricerca. Facebook, tramite la triade della messaggistica (Whatsapp e Facebook Messenger) più Instagram – detiene il 77% dei social media. Amazon (che non sta in Silicon Valley, ma ne condivide lo spirito) controlla oltre metà dell’e-commerce, ma raggiunge il 74% delle vendite di e-book. Apple fa il pieno dei guadagni: incassa il 79,2% dei profitti mondiali degli smartphone. Startup come Uber e AirBnb vengono continuamente contestate nel mondo, perché la sharing economy modifica i rapporti fra produttori e consumatori, trasformando i consumatori in nuovi produttori, ma contribuendo all’impoverimento ed alla de-professionalizzazione della classe media.
Jonathan Taplin: Move Fast and break things.
Nei giorni scorsi, per la prima volta Bitcoin ha superato il valore dell’oro e Tesla ha messo la freccia sulla GM a Wall Street. Ma la domanda da porsi è un’altra: basteranno queste notizie a frenare il declino culturale della Silicon Valley? O non si sta, progressivamente, erodendo il capitale di simpatia/utopia delle Big IT, accusate di pagare le imposte dove fa più comodo, di aiutare la diffusione di Fake news (mettendo a repentaglio la democrazia) ed additate di portare l’orologio della storia indietro ai tempi delle gabelle del sistema feudale? Forse un’operazione simpatia, questa volta, non sarà sufficiente per riportare in auge i nuovi Padroni delle Ferriere Digitali, la cui concentrazione di ricchezza e potere è perfino peggiore di quella di John Rockfeller e J.P. Morgan, come osserva con acume Jonathan Taplin.
Massimo rispetto della Privacy: nessuna racolta di dati personali
Questo sito Web utilizza i cookie in modo che possiamo fornirti la migliore esperienza utente possibile.Le informazioni sui cookie sono memorizzate nel tuo browser ed eseguono mere funzioni tecniche per ottimizzare l'esperienza utente come riconoscerti quando ritorni sul nostro sito Web e aiutare il nostro team a capire quali sezioni del sito Web trovi più interessanti e utili.
Strictly Necessary Cookies
Strictly Necessary Cookie should be enabled at all times so that we can save your preferences for cookie settings.
If you disable this cookie, we will not be able to save your preferences. This means that every time you visit this website you will need to enable or disable cookies again.